Quando un anime diventa teatro: i linguaggi visivi di The Elusive Samurai


Tokiyuki in una scena intensa e dai colori contrastati di The Elusive Samurai

Una delle cose che mi ha sempre colpito di The Elusive Samurai è quanto sia difficile prevedere come deciderà di raccontare la scena successiva.

A volte sembra un anime storico molto classico. Un attimo dopo cambia completamente tratto, esaspera colori ed espressioni, diventa quasi una caricatura, inserisce elementi realistici o utilizza soluzioni che sembrano appartenere a un altro medium.

E poi si diverte spesso con riferimenti alla cultura pop e ad altre opere legate all’universo di Weekly Shonen Jump e Shueisha, senza nemmeno cercare troppo di nasconderli.

Nell’episodio 3, per esempio, Yorishige assume praticamente l’aspetto di Goku mentre solleva le mani al cielo come per creare una Genkidama. Nell’anime il riferimento diventa persino più esplicito rispetto al manga.

Yorishige imita Goku, con le mani alzate come per creare una Genkidama
Yorishige e il riferimento a Dragon Ball nell’episodio 3.

Tutto questo dentro una storia ambientata nel Giappone del XIV secolo.

Ed è proprio questa libertà che trovo interessante.

Perché The Elusive Samurai non sembra interessato soltanto a raccontarci cosa è successo in quell’epoca. Gioca continuamente anche con il modo in cui quella storia può essere raccontata.

L’anime, prodotto da CloverWorks e diretto da Yūta Yamazaki, ha costruito fin dalla prima stagione un’identità visiva estremamente libera. Basta guardare anche la composizione dello staff: accanto ai ruoli più tradizionali troviamo professionisti dedicati alla CG e alla tipografia, oltre a una consulenza specifica per l’architettura.

E questa libertà non riguarda soltanto le immagini.

Il compositore Akiyuki Tateyama ha raccontato che, per il momento del primo episodio in cui Tokiyuki mostra per la prima volta davvero il proprio talento nella fuga, la richiesta era quella di trasmettere tutta la sua vitalità e il suo fortissimo desiderio di vivere.

Durante la lavorazione Yamazaki arrivò a un’associazione decisamente particolare: vitalità, Africa, musica africana. Da lì nacque l’idea di inserire elementi di musica africana e un potente coro maschile.

Tokiyuki in una sequenza boschiva illustrata con linee grafiche fluide

Sulla carta sembra qualcosa di lontanissimo dal Giappone del 1333.

E invece funziona.

Ed è un esempio perfetto di quella che mi sembra essere una delle idee alla base della serie: raccontare una storia ambientata nel passato non significa essere obbligati a utilizzare soltanto linguaggi che associamo al passato.

Ma la cosa diventa ancora più interessante quando l’anime decide di fare esattamente l’opposto e recuperare una forma narrativa che appartiene davvero alla tradizione giapponese.

Quando un recap diventa una rappresentazione

Il primo episodio della seconda stagione poteva tranquillamente aprirsi con qualche scena già vista e una voce narrante che ci ricordasse velocemente dove eravamo rimasti.

Invece lo schermo cambia completamente.

Niente animazione.

Vediamo una donna in kimono, in live action, seduta davanti a un piccolo tavolo mentre racconta gli eventi della prima stagione.

E lo fa scandendo il ritmo con una hariōgi, una sorta di ventaglio rigido rivestito di carta, che viene battuta sullo shakudai, il piccolo tavolo posto davanti a lei.

E no, non è semplicemente un’attrice che sta imitando uno spettacolo tradizionale.

È Ichiryūsai Teikyō, professionista del kōdan, entrata nel mondo di questa arte nel 2008 e diventata shin’uchi nel 2023.

Una narratrice in kimono rosso si esibisce in un kōdan dietro uno shakudai
La performance narrativa del kōdan.
Dettaglio di hariōgi e shakudai nella performance di kōdan
La hariōgi e il tavolino shakudai.

Ed è importante parlare di kōdan e non di rakugo.

La differenza, semplificando, è che mentre il rakugo si costruisce soprattutto attraverso dialoghi e personaggi interpretati dal performer, il kōdan è più direttamente l’arte del raccontare una storia.

La hariōgi battuta sullo shakudai è uno dei suoi elementi caratteristici.

Quel particolare papan! che sentiamo durante la scena non è quindi un vezzo aggiunto dall’anime: serve a dare ritmo, sottolineare determinati passaggi e dare forza al racconto.

In pochi secondi CloverWorks prende qualcosa di banalissimo come un recap e lo trasforma in una vera performance narrativa.

Ed è qui che la mia curiosità mi ha portato a cercare qualcosa in più sul kōdan.

E quello che ho scoperto rende questa scelta ancora più interessante.

Dal kōdan al Taiheiki

Tra le radici più conosciute del kōdan c’è infatti il Taiheiki-yomi, cioè la pratica di radunare delle persone e raccontare loro il Taiheiki.

Ma cos’è il Taiheiki?

È uno dei grandi racconti militari della letteratura medievale giapponese.

Un’opera enorme, composta tradizionalmente da quaranta volumi, che racconta circa cinquant’anni di guerre e sconvolgimenti politici: dalla fase finale dello shogunato di Kamakura alla Restaurazione Kenmu, fino agli scontri tra la Corte del Nord e quella del Sud e all’affermazione del nuovo potere degli Ashikaga.

Insieme all’Heike Monogatari è considerato uno dei grandi racconti di guerra del Giappone medievale.

Antico manoscritto giapponese aperto con scrittura verticale tradizionale
Manoscritto giapponese. Il Taiheiki viene discusso come testo storico e tradizione narrativa.

Ed ecco perché la cosa diventa così interessante.

Stiamo parlando praticamente *dello stesso mondo storico in cui si muovono Tokiyuki, Ashikaga Takauji e gli altri personaggi di The Elusive Samurai.*

Il Taiheiki racconta proprio gli sconvolgimenti politici e militari nei quali queste figure storiche sono coinvolte e, nei secoli successivi, quelle vicende vengono diffuse anche attraverso narratori professionisti.

Qui però è importante non andare oltre quello che sappiamo.

Non abbiamo una dichiarazione di Yamazaki che ci dica:

“Abbiamo scelto il kōdan proprio per creare un collegamento con il Taiheiki.”

Quindi non possiamo presentarlo come un’intenzione certa del regista.

Ma il collegamento culturale esiste.

Un anime contemporaneo dedicato proprio a quegli avvenimenti sceglie di aprire la propria seconda stagione attraverso una forma narrativa che ha tra le proprie radici il racconto di quelle stesse guerre.

E a quel punto, almeno per me, il recap assume tutto un altro sapore.

Per qualche minuto non stiamo semplicemente ricordando la prima stagione.

Sembra quasi che quella storia torni a essere tramandata oralmente davanti a noi.

Poi The Elusive Samurai cambia di nuovo lingua

Ed è qui che lo stesso episodio fa qualcosa che trovo ancora più curioso.

Perché poco dopo aver utilizzato il live action per qualcosa di familiare e tradizionale come il kōdan, verso la fine lo usa praticamente per ottenere l’effetto opposto.

Il principe Moriyoshi sta cercando di capire che tipo di uomo sia davvero Ashikaga Takauji.

Takauji parla di quella presenza che sembra vivere dentro di lui, il suo insaziabile “demone dell’avidità”.

E improvvisamente succede questo.

Creatura mostruosa dall'aspetto materico mostrata nella sequenza live action associata a Takauji
Il live action introduce una presenza inquietante nel mondo disegnato di The Elusive Samurai.

La resa cambia completamente.

Quella cosa è fisica, materica, quasi un pupazzo o una creatura realmente presente davanti alla telecamera.

E non è soltanto un’impressione: la sequenza introduce effettivamente un elemento ripreso in live action dentro l’animazione.

Ed è interessante perché lo stesso strumento usato all’inizio dell’episodio cambia completamente funzione.

Prima il live action era quasi rassicurante: una persona reale davanti a noi che ci raccontava una storia.

Adesso è inquietante.

Dentro un mondo disegnato compare qualcosa che sembra troppo reale, quasi un corpo estraneo rispetto a tutto quello che lo circonda.

E secondo me il momento in cui avviene rende questa scelta ancora più efficace.

Takauji sta cercando di mostrare a Moriyoshi qualcosa di sé che sembra andare oltre i parametri con cui il principe può comprenderlo, qualcosa che non appartiene più alla normalità degli uomini che ha davanti.

E la messa in scena finisce quasi per suggerirci la stessa cosa.

Qualcosa che sembra andare oltre il mondo di Moriyoshi entra attraverso un’immagine che sembra andare oltre il mondo visivo dell’anime.

Non posso dirvi che gli autori abbiano ragionato esattamente in questi termini.

Ma l’effetto che produce la scena è difficile da ignorare.

E non è una cosa nata con la seconda stagione

Questa voglia di cambiare materiale e linguaggio era presente già nella prima stagione.

Uno degli esempi che trovo più belli arriva nel sesto episodio.

A un certo punto l’animazione cambia completamente e la vita di Tokiyuki viene rappresentata attraverso figure di carta realmente costruite e animate in stop motion.

Collage di diversi registri e stili visivi di The Elusive Samurai
Alcuni dei differenti registri visivi utilizzati in The Elusive Samurai.

Non è un filtro che cerca di imitare la carta.

È davvero paper craft fotografato fotogramma per fotogramma.

La sequenza dura appena 28 secondi, ma per realizzarla sono serviti 31 giorni di riprese.

Ventotto secondi.

Trentuno giorni.

Per un passaggio che avrebbe potuto tranquillamente essere realizzato con la stessa animazione utilizzata nel resto della puntata.

Ed è forse qui che si capisce meglio la cosa che mi affascina di questa serie.

The Elusive Samurai sembra chiedersi continuamente:

“Qual è il modo più interessante per raccontare questo preciso momento?”

Ed è questo che intendo per “grammatica degli anime”

Quando parliamo di animazione ci fermiamo spesso a una domanda:

“È animata bene?”

Ed è una domanda assolutamente legittima.

Ma ce n’è un’altra che trovo sempre più interessante:

“Perché hanno deciso di mostrarmela proprio così?”

Non avremo sempre un’intervista al regista che ci consegna una risposta definitiva.

E credo sia importante anche evitare l’errore opposto: osservare un’inquadratura e trasformare automaticamente la nostra interpretazione nell’intenzione certa dell’autore.

Però possiamo osservare.

Possiamo cercare.

Possiamo confrontare quello che vediamo con le dichiarazioni dello staff, con la storia dell’opera e perfino con il contesto culturale da cui arriva.

E almeno provare a capire perché una determinata scelta riesca a farci vivere una scena in maniera diversa.

Ed è probabilmente questo che rende The Elusive Samurai così imprevedibile da guardare.

È una storia ambientata più di settecento anni fa, raccontata da un anime che non ha nessuna intenzione di parlare una lingua sola.

E che, frame dopo frame, continua a stimolarci a riorganizzare quello che pensavamo di aver capito sul suo modo di raccontare.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Hyggecrew

HYGGECREW

Creator ed economista. Racconto anime, manga e fumetti cercando anche ciò che di solito resta fuori dall’inquadratura: industria, economia, persone e idee.